Questa è la storia dell’ albergo dei poveri

Booo!
Sooono lo spiiirito di Gianni Schicchiii!
Dai, ci stavate davvero credendo? Tutti questi stereotipi sugli spettri… “boo” non lo dice più nessuno da un secolo, non spaventa anima viva!
Comunque mi presento seriamente ora, sono il fantasma dell’Albergo e vivo da secoli tra queste mura; vedo tutto e tutti, conosco ogni segreto e mi sono autoproclamato guida di questo posto! Quindi seguitemi, vi porto a conoscere gli intrecci e le vicende dell’Albergo dei Poveri…

L’Albergo dei Poveri è un antico edificio di Castelletto la cui costruzione risale alla fine del XVII secolo. Il progetto nasce nel 1652, quando la Repubblica di Genova chiede al nobile Emanuele Brignole e al doge Oberto della Torre di creare un nuovo ricovero appositamente per i poveri della città. La fine delle costruzioni risale al 1835. Oggi due terzi dell’Albergo sono inutilizzati, mentre la parte rimanente è occupata dalla facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Genova
La Genova del tempo
Ricordo bene tutto, a quei tempi facevo il medico e ho avuto l’opportunità di conoscere in prima persona importanti personaggi Genovesi.

A partire dal XVI secolo Genova diventa una delle più importanti realtà finanziarie europee, e questo è dovuto a quella grande operazione che fece e portò avanti Andrea Doria, sottraendo Genova dall’orbita francese, per portarla in quella spagnola ed imperiale di Carlo V. La potenza genovese era bancaria, infatti si usava dire, al tempo, che l’oro nasceva nelle Americhe, moriva in Spagna e veniva sepolto a Genova. In realtà però i rapporti con la Spagna non procuravano solo interessi di capitali, ma anche guadagni attraverso i cambi (l’euro non esisteva ancora), le licenze di esportazione, le gabelle e anche l’affitto di galee e flotte. Il sistema politico genovese rifletteva questa realtà, infatti grazie ad una riforma voluta da Andrea Doria, la scena era dominata da 28 Alberghi, ossia grandi corporazioni di famiglie, dai quali venivano scelti tutti i funzionari per le cariche pubbliche. Gli Alberghi portavano il nome delle famiglie più ricche e potenti, considerate nobili. Anche questo però divenne luogo di scontro, infatti accanto ad alcuni Alberghi e famiglie che effettivamente ricoprivano cariche già da molto tempo ve ne erano altre nuove e così si crearono due schieramenti: il “Portico di San Luca”, per i nuovi, e il “Portico di San Pietro”, per i vecchi. Il nome di queste due fazioni deriva dal luogo in cui esse si riunivano.

Emanuele Brignole faceva parte del “Portico di San Luca”. Il doge rimaneva due anni in carica ed i consigli venivano sorteggiati. La nobiltà non era però un circolo chiuso, infatti vi si poteva accedere, tramite richiesta ed ingenti pagamenti. Questo è anche il periodo d’oro per l’architettura urbana che trova validi esempi nei palazzi dei Rolli.
Questi palazzi costituiscono le dimore urbane dei più grandi patrizi genovesi, e dato che la repubblica non aveva grandi palazzi da impiegare per ospitare i personaggi illustri che giungevano a Genova, furono costituiti elenchi di dimore che le famiglie erano tenute a mettere a disposizione di questi ospiti. Questo grande elenco presentava anche una divisione in bussoli, creata apposta per classificare i palazzi in base al rango dei personaggi ospitati. Per decorare questi palazzi giunsero a Genova artisti come Rubens, Van Dyck, Perin del Vaga, Cornelius de Wael, Pierre Puget per citare i più importanti, ma anche la scuola pittorica locale ebbe i suoi maestri: come il Carlone, Domenico Piola, Luca Cambiaso, Bernardo Strozzi ecc.
Il problema della povertà e la carestia

Ma la vita non era di certo tutta rosa e fiori…
Nonostante l’importante posizione finanziaria della città, la povertà stava diventando un grave problema per la società, possiamo notarlo, ad esempio, dal censimento fiscale del 1630, dove risulta che più dell’80% della popolazione con età superiore ai quindici anni non apparteneva né alla nobiltà, né al mondo delle professioni, degli Uffici e dell’imprenditoria. Di conseguenza era necessario far nascere una struttura che contenesse tutte quelle persone costrette a rimanere per strada, col fine primo di fare beneficenza, ma anche con quello di evitare rivolte ed eliminare presenze fastidiose, non decorose e minacciose.
Inoltre, questo era un periodo di grandi carestie e Genova non aveva un retroterra abbastanza importante da poter soddisfare il bisogno cittadino con le coltivazioni. Difatti la città sfruttava i rifornimenti di grano che arrivavano dall’estero e li conservava nei cosiddetti “Magazzini dell’abbondanza”, istituiti nel 1565 insieme alla Magistratura dell’Abbondanza. Questi erano grossi edifici idonei alla conservazione delle granaglie nei pressi del Porto Antico: venivano riempiti nei periodi di prosperità così da avere delle scorte durante le carestie.
Per provvedere in altri modi al problema della povertà, nel 1539 fu istituito l’Ufficio dei Poveri. Esso era formato da otto cittadini patrizi con pieno potere decisionale in ambito civile e criminale. Il loro compito principale era quello di riunire e sostentare gli elemosinanti e gli inabili al lavoro che furono ospitati nel corso degli anni in diverse strutture non adibite a questa funzione (come l’ospedale del Lazzaretto della Foce o… vedi situazione ospedaliera genovese precedente), fino a che non fu costruito l’Albergo dei Poveri nel 1654.
Emanuele Brignole
Quel montato di Emanuele Brignole! Gli ho parlato sì e no due volte ma si percepiva subito la sua determinazione. Avrebbe fatto di tutto per i poveri della città.

La famiglia Brignole viene ascritta alla nobiltà nel 1528, compresa nell’Albergo Cicala, entrando così a far parte del ceto dirigente genovese. Emanuele Brignole nasce a Genova il 1617 e sin da giovane età decide di mettere a disposizione il suo immenso patrimonio al servizio dei bisognosi. Contribuisce alla costruzione del Lazzaretto della Foce e della Casa di Nostra Signora del Rifugio, ma l’istituzione in cui ha avuto un ruolo centrale nelle scelte architettoniche e gestionali, e di cui è stato il più importante benefattore, è proprio l’Albergo dei Poveri.

Esperienza di Andrea Spinola

Sempre meglio di quella testa calda di Spinola!
Lui, tutto il contrario: ci sono troppi mendicanti? Spediamoli in Corsica!

Andrea Spinola, è stato un importante uomo politico, poco conosciuto oggi, ma ai suoi tempi ebbe un grande spessore politico perché, fu doge dal 1629 al 1631, riuscendo, con provvedimenti saggi ad evitare il sopraggiungere della peste, la stessa raccontata da Manzoni, in Liguria. Oltre questo ha ricoperto varie magistrature come quella dell’annona, della guerra ecc. Tra l’altro ci ha anche lasciato alcuni scritti, raccolti da Carlo Bitossi, nel libro Scritti Scelti di Andrea Spinola. In particolare, però la parte che ci interessa per ricostruire quello che era la Genova che aveva sotto gli occhi Emanuele Brignole, quando decise che era arrivata l’ora di tentare di risolvere il problema dei mendicanti per la strada.
Così Andrea Spinola, con gli occhi di un superbo aristocratico racconta che i “guidoni”, nemici della fatica e decisi a viver come “scrocchi” e i “garzonastri”, sono la piaga del secolo e secondo lui discendono da quei montanari che erano arrivati in città, in particolare cita Varese (ligure); le loro occupazioni sono, per i primi chiedere le “limosina”, in modo quasi studiato: prestandosi tra loro fanciulli “stroppiati e talora li stroppiano”, posizionandosi in luoghi strategici per ricevere l’elemosina, alcuni addirittura si vestono da penitenti o da pellegrini di passaggio in città per andare a Santiago de Compostela ecc. Per di più, secondo lo Spinola, questi guidoni per non andare al lazzaretto, “son pronti a porger denari alli birri che servono all’ufficio de’poveri”. Per quanto riguarda i “garzonastri” il giudizio dell’autore è ancora peggiore, perché li considera giovani senza arte né parte, che vivono di “vigliaccherie e rapine”, ai danni di contadini o barcaioli, giocando d’azzardo con i soldi guadagnati. Il giudizio finale è che essi sono la feccia della società, andrebbero espulsi, mandati in Spagna a sostituire i “moriscos”, o imbarcati come mozzi sulle galere. Per quanto un po’ superficiale, la testimonianza dello Spinola riesce a farci capire come aristocratici come lui, Emanuele Brignole ed altri ancora vedevano la situazione della povertà nei loro tempi. Sicuramente con l’Albergo dei Poveri si tentò di accontentare le esigenze di chi effettivamente contribuì finanziariamente alla sua stessa realizzazione.
Perché è stata la soluzione più efficiente?
Be’, qua posso vantarmi: la mia casetta era proprio un albergo! O almeno così è come me la sono vissuta io.
L’Albergo dei poveri non solo ospitava i mendicanti, ma permetteva loro di lavorare: producevano scarpe, materassi e coperte, quindi potevano guadagnare. Conducevano una vita quasi monastica.
Il fatto che i pazienti lavorassero era una novità rispetto ad episodi simili di ospedali di carità. In questo progetto l’aristocrazia vedeva della magnificenza e autocelebrazione a favore della classe più povera. Ciò è testimoniato principalmente da una statua, all’Albergo dei Poveri, che ritrae Gio Francesco Granello, egli è rappresentato su un piedistallo dove è scritto: “PATER ERAM PAUPERUM”, padre dei poveri, la sua figura è immensa e raffigurata nell’atto di dare l’elemosina ad uno storpio, molto più piccolo di lui.
Quella dell’Albergo dei poveri è stata la soluzione più efficiente, perché ha fatto in modo che i poveri lavorassero, contribuendo al fabbisogno cittadino, ed evitò di lasciare individui potenzialmente pericolosi a piede libero nelle strade. Fu la più importante opera assistenziale della città, fungeva da ospedale, ricovero e perfino prigione in certi casi. Arrivò ad ospitare fino a 2000 persone durante il XVIII secolo: queste venivano vestite e nutrite a spese pubbliche e una parte di esse, lavorando d’artigianato, provvedeva a una buona parte delle entrate dell’istituzione, insieme alle donazioni.
Situazione ospedaliera genovese precedente
Ora parliamo un po’ di me: come vi ho già detto, ero un medico (e che medico!), dopo aver concluso gli studi, ho lavorato in diversi ospedali genovesi. Quando sono andato all’Albergo, ahimé, mi sono innamorato di una mia paziente, si chiamava Lisetta, ma alla nostra storia non è stato concesso di avere un lieto fine.

Genova ha avuto nella sua storia una scuola medica di grande importanza: quella di Pammatone. Nonostante non esistesse di fatto una facoltà universitaria (fino al Settecento), il Venerandum Collegium Medicorum fisice civitatis Januae, ebbe grande prestigio, in quanto l’esame per esservi ammessi era estremamente severo, e gli studiosi che ne uscivano risultavano estremamente competenti. In particolare, è da ricordare Giovanni Battista Boerio, archiatra prima di Enrico VII e poi di Enrico VIII, amico di Erasmo da Rotterdam, fu tra i più insigni docenti del tempo. Quando Boerio morì nel 1514 lasciò in eredità dei redditi all’Ospedale di Pammatone per fondare una “Scuola dei Poveri” a Genova.
La competenza dei medici del collegio genovese è testimoniata da un decreto che proibiva ai bassi operatori di chirurgia, detti “barberotti” di assistere feriti gravi senza l’assistenza di qualcuno che fosse iscritto al Collegio.
Nel 1471 con una Bolla di Papa Sisto IV venivano riuniti a Pammatone altri 14 ospedali presenti in città ad eccezione di quattro Hospitalia riservati a malati “speciali”: quello dei lebbrosi a Capo di Faro, fondato da Buono Martino nel 1190, il nosocomio della “Consortia Forensium”, presso Santa Maria dei Servi, l’Ospedale di Prè, appartenente ai Cavalieri di San Giovanni, e l’Ospedale di Sant’Antonio, dove erano curati i malati di fuoco sacro. Infine, poi nacque un altro ospedale: lo Spedale degli Incurabili, detto poi Spedaletto, fondato da Ettore Vernazza, vi venivano ricoverati i malati di sifilide e i matti che prima non avevano mai avuto assistenza.

Prima della costruzione dell’Albergo dei Poveri, i mendicanti venivano ricoverati dapprima al Lazzaretto della Foce: un imponente edificio dedito a ospitare malati contagiosi provenienti soprattutto dalle navi, ma anche sfruttato nei tempi di peste.
Durante la seconda metà del XVII secolo i bisognosi furono spostati nella struttura di Castelletto e, come ultima soluzione, fu usato il Convento di Monte Calvario, denominato “della Bregara” per la sua posizione nella zona di Genova, soprastante Piazza Acquaverde e la Stazione Principe, così chiamata. Da qui viene il nome “Bregarotti” assegnato in seguito ai ricoverati della struttura di Emanuele Brignole. Gestito da Santa Virginia Centurione Bracelli, il convento ospitò fanciulle in stato di bisogno fino al 1664, quando queste furono spostate all’Albergo.